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Fausto Raciti
24 anni
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Sul Referendum. Qualche parola in più.
Come prevedibile la proposta referendum contro il decreto Gelmini, oltre a consensi diffusi, ha suscitato polemiche e perplessità. Vorrei dire in maniera un po’ più approfondita la mia.

Scuola e università vengono ancora trattate, nonostante la riforma del titolo V della Costituzione e l’autonomia di istituti e università, come se il Ministero di Viale Trastevere fosse il centro di tutto. Capace di decidere da solo persino le modalità organizzative della didattica. La pensano così la Gelmini, parte del movimento, pezzi dell’opposizione, persino alcuni dei candidati a segretario dei Giovani democratici, che ci dispensano ricette salvifiche per scuola e università italiana.

Ma la panacea non c’è. Ci sono le scuole e le università, con i loro problemi e le loro risorse di professionalità.  

La Gelmini questo non lo sa e si è convinta di potere o dovere definire come si deve organizzare la didattica delle scuole elementari con la proposta del  maestro unico. La Lega si accontenta invece di definire come una singola scuola debba trattare gli studenti extracomunitari.

Il referendum, che per ovvie ragioni di natura costituzionale, non può riguardare scelte di spesa, può servire a ripristinare questo principio fondamentale: la didattica (almeno in parte), il come integrare gli studenti extracomunitari, il come utilizzare le (poche risorse) disponibili è una scelta che sta in capo alle scuole, non al Ministero.

Credo che questa possa essere una traccia di lavoro anche per l’opposizione politica e sociale. I risultati che il movimento e le organizzazioni studentesche possono conseguire, per primo quello della lotta al baronaggio nelle università, ma vale lo stesso per il diritto allo studio, l’organizzazione didattica, la proliferazione dei corsi di laurea, insomma quelle riforme che la politica dei ministeri e del Parlamento non è riuscita a fare o non ha voluto, sono possibili solo se il centro della battaglia diventano gli organi di governo di scuole e università, se gli enti locali (il centrosinistra ne governa la maggioranza) cercano un dialogo con questo mondo per definire insieme l’agenda delle cosa da fare. Vi ricordate quella vecchia (ma non desueta formula, il “riformismo dal basso”?.

Questo movimento può praticarlo, può dimostrare così, a chi non l’avesse ancora voluto capire, che non è manovrato in funzione degli interessi dei baroni e degli insegnati, che c’è qualcosa oltre il no. Che quella contestazione di sistema “non pagheremo la vostra crisi” è la sintesi di un’altra idea di Paese, in cui, per una volta, non si lasci il conto sociale ed economico delle generazioni precedenti ai più giovani. Perché paghiamo già le loro pensioni ed il loro debito pubblico.

Alla politica, a quella nazionale almeno, sta il compito di aumentare risorse e investimenti, di definire un quadro di massima rispetto alla didattica e al personale a disposizione, di interrompere la proliferazione delle università sotto casa, di garantire le risorse perché il diritto degli studenti all’accesso e al successo nei percorsi formativi non sia più aleatorio. Il come farlo si può solo definire dove c’è la carne dei problemi, dove c’è un rapporto vero con il territorio e le sue specificità di composizione sociale e culturale (numero di immigrati, provenienza, periferie o centri, grandi o piccole comunità, modello di sviluppo ecc…).

Se i Giovani democratici vogliono contribuire a ripristinare questi principi allora il referendum non sarà sufficiente, ma di certo è necessario.

 

Fausto Raciti

Candidato Segretario Giovani Democratici

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